Dieci piccoli indiani: l’ultima tappa da Brenta d’Abbà a Venezia
 

L’ultima tappa di questo cammino inizia come una famosa opera di Agata Christie, “Dieci piccoli indiani”. Gli 8 Claps arrivati a ristorarsi la sera prima alla tenuta San Giuliano di Brenta d’Abbà, già dopo la colazione si ritrovano in 7. Cristina, che ci ha accolto nel suo agriturismo, fa appena in tempo a raccontarci che siamo i primi ospiti che riceve (ci immortala infatti in svariate pose), e che ha impiegato 16 anni a mettere a posto quella che era una antica fattoria benedettina (requisita da Napoleone insieme a altre 90 per regalarle alla casata dei Melzi d’Eril). La Salvacagoje, per infortunio, decide di tornare a casa, avviandosi a prendere un trenino dal nome suggestivo, la “vacca mora”, treno voluto da  proprio dalla duchessa Melzi d’Eril, di cui si ignora comunque il colore dei capelli.

A questo punto i Claps si muovono a passo deciso, incamminandosi sui profumati e bellissimi argini del Canal Morto, parente minore del Bacchiglione, già celebrato nell’antichità da famosi poeti e artisti per la rigogliosa vitalità della sua fauna, le sue leggendarie nutrie dalle uova galleggianti (pare che abbiano ispirato gli antichi Veneti nell’invenzione delle boe), i suoi pesci gatto e i suoi lucci argentati (che laboriosi pescatori contendono alle sue limpide acque). Questa immagine idilliaca del Baccaglione, forse ispirata dalla foschia color azzurro Veneto che annebbia la vista ai Claps, svanisce però presto, appena svanisce l’effetto della bottiglia di grappa scolata la sera prima: le acque dal colore eponimo, il verde baccaglione (un verde grigio spento che si intona a meraviglia con l’azzurro Veneto del cielo/foschia che dalla prima mattina fa da filtro al sole), l’olezzo, l’assenza di vita animale, tranne i sette viandanti e qualche nutria infrattata, riporta i Claps alla realtà della campagna veneta percorsa in questi giorni, ma la devastazione che segna la tappa è solo all’inizio. 

Arrivano comunque baldanzosi al paesino di Ca’ Bianca, famoso nel mondo per la duplicazione dei ponti (perché farne uno se se ne può fare due, uno di fianco all’altro?), e si ristorano con qualche tramezzino. Ripartono tosto alla volta di Chioggia, inoltrandosi attraverso cantieri navali abbandonati, cimiteri di ruggini e lamiere, zone ex industriali trasformate in ridenti discariche, per affrontare finalmente la prova più difficile e agognata: l’affiancamento e poi l’attraversamento della Romea (il momento che ogni Clap sa, potrà raccontare a figli e nipoti). Dopo essere stati sfiorati da un centinaio di allegri tir lanciati verso l’ignoto, superano l’enorme rotonda che segna l’accesso a Chioggia sani e salvi.

Qui torna lo spettro di Agata Christie, e si staccano, in sequenza, Levre e Timbalero che vanno a prendere un bus per Mestre, e Cammerlanghe che si ferma alla stazione dei treni. 

I quattro superstiti, rincuorati dalla bella architettura di Chioggia, si avviano all’imbarcadero e salpano per Pellestrina, dove trovano il primo momento di armonia della giornata: si rilassano un’oretta in un chioschetto attratti dalla calma silente del posto e dal dondolio clappico e gentile di alcune conchiglie appese e tintinnanti. Dopo qualche birra prendono un autobus che percorrendo tutta Pellestrina e il Lido li porta al vaporetto per San Marco.

Sbarcano a Venezia decisi a entrare in gruppo in basilica per la firma e il timbro sulle credenziali, dove li attendono dei bellissimi canti, coro e organo, in onore delle imminenti celebrazioni del santo. Dopo aver ammirato, inebriati dagli incensi, la magnificenza dei mosaici di soffitti e pavimenti, ricevono  da un signore gentile e posato un bellissimo timbro scarlatto (timbro che dopo essere stato usato viene riposto in un cassetto e chiuso con tre o quattro giri di chiave: ai Claps si gonfiano i petti e si inorgogliscono, perché capiscono di aver ricevuto qualcosa di prezioso).

Con le credenziali a posto adesso si può finalmente andare in osteria, dove polpette e vino rosso continuano la tappa, fino a quando Mulo Messner e Buco si sfilano per andare a prendere il treno. Rimangono per un po’ gli ultimi due piccoli indiani, Senzalluce e Grappapparte, che di lì a poco si addormenteranno nel vagone di un treno sulla strada del ritorno.

E come sempre la tappa raccontata a Radio Francigena la trovate qui.

Quinta (e ultima) tappa – Da Brenta D’Abbà a Venezia

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